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Nuraghi patrimonio dell’UNESCO

Il 31 marzo 2021 si conoscerà l’esito della richiesta avanzata dal Comitato Sardegna verso L’Unesco che, insieme al Crs4 e al Dass ha provveduto a mappare il patrimonio archeologico della Sardegna.Qualunque sia la decisione dell’Unesco, in Sardegna, malgrado alcuni Sardi (più Italioti che Sardi, avrebbe scritto il grande poeta e scrittore Cicitu Masala), si dovrà prendere atto di una verità fondamentale:in un passato, seppure remoto, siamo stati i più grandi nel mediterraneo.E’ sufficiente confrontare la maestosità e il numero dei Nuraghi, in confronto ai Talaiotdelle Baleari, alle Torri corsicane e ai Sesi di Pantelleria, per convincersene.Alberto Maria Centurione S.J., nel 1886, nel suo interessante lavoro letterario “Sopra i Nuraghi” parlava di capolavoro del genio umano, mettendo in evidenza la struttura, la moltitudinee la posizione dei Nuraghi.Sulla struttura, il padre gesuita, evidenzia l’oculata scelta del terreno e della base di appoggio dei Nuraghi.Non bisogna essere necessariamente degli architetti o degli archeologi provetti, per capire la grandezza delle costruzioni dei nostri avi<<<. Basta considerare che esse, dopo tremila e passa anni, svettano ancora slanciate e maestose, mantenendo l’originaria solidità e la perfezione delle forme e delle misure geometriche.Rileva il chiaro Autore nella sua mirabile opera letteraria che sbagliano coloro che attribuiscono le numerose costruzioni, addirittura a differenti popoli; si tratta semplicemente di una normale evoluzione delle capacità costruttive dei Sardi Nuragici, affinatesi con il passare dei secoli.Sull’utilizzo dei Nuraghi, l’Autore del tardo ottocento appare assai più aperto di certi studiosi dei giorni nostri.Egli giunge con convincenti considerazioni a conciliare la funzione sacra con quella difesa, semplicemente osservando che in opgni tempo e in ogni luogo, i templi hanno avuto anche la funzione di difesa contro le avverse incursioni.Io, nel mio piccolo, nel mio romanzo “I Thirsenoisin” , ho cercato di evidenziare questa duplice funzione dei Nuraghi, senza però trascurare la presenza dei pozzi sacri, veri e propri templi del culto delle acque e degli astri.Leggi brani del romanzo attraverso il link https://albixpoeti.blogspot.com/…/10/i-thirsenoisin-5.htmlLa foto ritrae il nuraghe Sa domu e s’orku di Domusnovas

Ma in politica, due più due, fa sempre quattro?

Premetto che appare  indiscutibile che Giorgia Meloni e i suoi alleati siano   stati premiati dagli elettori e che il suo partito e la sua coalizione non abbiano  rubato niente a nessuno.

Hanno  gareggiato e, con questa legge elettorale che chiamano “Rosatellum” (legge 3 novembre 2017 n. 165), da una maggioranza relativa di voti (il 43,85% alla Camera e il 44,12% al Senato) si ritrovano in Parlamento con una maggioranza assoluta del 58% alla Camera e una maggioranza assoluta del 57,50% al Senato.

E così, per colpa di una legge elettorale sbagliata,  la matematica e la democrazia fanno,  ancora una volta, a pugni.

Sorvoliamo sul fatto  che in certe zone del Paese siano andati a votare soltanto poco più del 50% degli aventi diritto; anche questo fa parte del gioco democratico; peggio per chi non vota; sono quelli che votano a decidere; ed è giusto così.

Eppure c’è qualcosa che non mi quadra.

Com’è possibile che il voto favorevole del 40% dei votanti porti ad un’assegnazione di quasi il 60% dei seggi in Parlamento?

Nel 1953 una legge simile, voluta dai democristiani e osteggiata dai comunisti, venne definita “la legge truffa”.

Né il Rosatellum, né la legge truffa del 1953 (legge 31 marzo 1953 n. 148), sono a livello della legge Acerbo che nel 1924 permetteva al partito vincitore con un minimo risultato alle urne del 25% , di accaparrarsi la maggioranza assoluta dei seggi  disponibili in parlamento.

Eppure tutte e tre le leggi hanno un denominatore comune: il premio di maggioranza che, in nome di una presunta governabilità, attribuisce la maggioranza assoluta l partito di maggioranza relativa.

Ebbene, io ho nostalgia di una legge proporzionale pura.

Oggi anche gli sconfitti si sentirebbero meno disperati se avessimo votato con una legge elettorale proporzionale.

E i partiti vittoriosi dovrebbero confrontarsi democraticamente con il vero centro per poter formare quel governo che comunque hanno il diritto di formare anche da soli,  grazie al premio di maggioranza del Rosatellum.

Chi ha voluto questa ennesima legge truffa in Italia? Quali partiti? Quali parlamentari l’hanno votata?  Saranno forse gli stessi che adesso piangono? Oppure sono quelli che se la ridono? Forse tutti sono responsabili di questo ennesimo fiasco della democrazia.

E intanto la gente si allontana sempre più dalla politica. Ancora ci chiediamo il perché?

Evviva il proporzionale puro!

La Terza via – 16

Capitolo 6

Un giorno, mentre ci preparavamo  una pizza per la nostra pausa pranzo, Donato   mi disse che stava raccogliendo dei soldi per fare un regalo a Giampiero, di cui a breve sarebbe ricorso il genetliaco. Risposi che avrei partecipato ben volentieri e soltanto doveva dirmi che cifra dovessi versare per partecipare al regalo. Prima di rispondermi mi disse che la sua idea era di regalargli un pezzo di hashish,  per il quale Giampiero andava matto. Io non feci commenti anche se ricordo che pensai “Contento lui!”  Dissi che per me non c’erano problemi. Lui si limitò ad aggiungere che il fumo lo avrebbe comprato da Natale, grande fumatore ed esperto e che Giampiero mi aveva  invitato alla festa di compleanno che avrebbe dato sabato sera a casa sua. Venerdì sera, prima di smontare dal lavoro,  gli chiesi quanto gli dovessi dare. Donato mi rispose che Natale non aveva voluto soldi per un tocco di hashish che aveva voluto procurare gratuitamente,  come sua personale partecipazione al regalo di Giampiero. Mi scrisse l’indirizzo di Giampiero in un foglietto, raccomandandomi di non mancare.

All’indomani, ruppi  tutti i miei dubbi e le mie incertezze e decisi di recarmi alla festa di Giampiero. Mentre ero in viaggio in metropolitana cercai di vincere e dominare le mie apprensioni,  dicendo a me stesso che non era obbligatorio per me fumare quella sostanza misteriosa e sconosciuta; e poi non era neppure detto che me ne sarebbe stata data l’occasione. Quante storie! Avrei potuto sempre rifiutarmi di fumare. Io all’epoca fumavo ancora le sigarette (rigorosamente quelle di stato). Mi bastavano e avanzavano. Così rimuginando arrivai alla casa di Willesden Green, dove abitava Giampiero. Mi aprì una ragazza che mi fece entrare  senza farmi domande. Io dissi soltanto che ero invitato alla festa di compleanno di Giampiero.

Mi introdusse un ampio salone e mi disse soltanto, in italiano, di andare a prendermi una birra in cucina. Siccome non sapevo dove fosse la cucina mi sedetti nell’angolo di un divano e mi guardai intorno fumando una delle mie sigarette. Attorno a un grande tappeto, seduti per terra,   un gruppo di ragazzi e ragazze  ridevano  e scherzavano di gusto. Spostando lo sguardo notai che da una porta in  fondo al salone usciva la ragazza che mi aveva aperto la porta con numerose bottiglie di birra in mano. “Ecco dove deve essere la cucina” pensai tra me mentre seguivo con lo sguardo la ragazza. Vidi che imboccava una rampa di scale che portavano a un piano superiore. Tornai con lo sguardo ai ragazzi seduti introno al tappeto. Uno di loro stava unendo delle cartine da sigaretta; ne incollò due in senso longitudinale, aggiungendone una terza in senso orizzontale, sempre sfruttando il lato gommoso e adesivo delle cartine.

La ragazza che gli stava a fianco, dopo avere arrotolato un sottile cartoncino, strappato al contenitore delle stesse cartine, esclamò con entusiasmo che il filtro era pronto. Il tizio delle cartine lo posizionò alla base delle cartine che aveva precedentemente incollato; sembrò porgere il suo manufatto, dopo averlo poggiato sul palmo delle dita,  a un terzo ragazzo, il quale invece vi fece cadere sopra il contenuto di una sigaretta, distribuendola sapientemente per tutta la superficie delle cartine incollate; di seguito, lo stesso ragazzo, dopo avere  bruciato con l’accendino una delle estremità di un pezzo irregolare di un materiale  di colore verdognolo, la  sbriciolò sopra la superficie del tabacco, distribuendolo, come aveva fatto prima con il contenuto della sigaretta, con il pollice, l’indice e il medio della mano destra.

Quel gesto mi fece pensare a una cuoca che sparga il sale su una pietanza, anche se i movimenti del ragazzo erano più rapidi e contenuti. Il primo ragazzo chiuse le cartine azionando con abilità le prime tre dita di entrambe le mani e, dopo avere incollato con una veloce slinguata il risultato della complessa operazione, ne assicurò il contenuto, rimboccandolo in cima e lo passò alla ragazza che gli aveva dato il filtro, pregandola di accenderlo. La ragazza non si fece pregare e, dopo essersi chinata ad acchiappare la fiamma di un accendino che si era accesso nella sua direzione, ne aspirò una lunga, voluttuosa boccata, passandolo subito al ragazzo che glielo aveva offerto.

La Terza via – 15

. Tra questi c’era sicuramente anche il sudamericano Carlos Castaneda, trapiantato negli USA per studiare Antropologia e finito poi  in Messico ad applicare sul campo i suoi studi sul popolo degli Huicholes, uno dei tanti ceppi originari del territorio attorno all’altipiano della Sonora che assumevano il peyote, il fungo contenente la mescalina, che a quanto pare li metteva in contatto con un mondo fantastico. Eppure l’antropologo peruviano (lì mi pare fosse  nato Castaneda) spiegava bene di non amare queste droghe. Ma non c’è niente da fare: ognuno sceglie ciò che più gli aggrada in ogni lettura, soprattutto se condotta senza un’adeguata guida.

Così, leggendo quella trilogia che mi era capitata tra le mani (ma la serie completa, come scoprii più avanti negli anni, conta molti più volumi), sognavo di diventare l’allievo di uno sciamano yaqui (nei libri non viene mai menzionata l’esatta etnìa dello sciamano che funge da maestro per lo scrittore, forse per evitare il turismo superficiale di viaggiatori interessati soltanto allo sballo facile, laddove la ricerca dell’autore, sembrava invece avere tutti i crismi di una vera e propria ricerca antropologica e di uno studio sul campo), di ingerire il peyote e di fumare; di padroneggiare la bilocazione riuscendo  a librarmi in volo, come un autentico volatile; e tutte le altre fantasticherie che andavo leggendo; e che sembravano credibili e vere; e magari lo erano veramente, chissà! Quando si è giovane è più facile credere e sognare l’inverosimile; e perfino l’impossibile.

La Terza via – 11

Questi ragazzi connazionali si occupavano invece del settore artigianale relativo alla panificazione e alla cottura delle pizze. Si iniziava con preparare l’impasto, versando in una impastatrice le quantità previste di farina, sale, acqua  e lievito. Quando l’impasto era pronto,  si provvedeva a ricavarne le forme circolari, decisamente di diametro inferiore al formato delle classiche pizze che in Italia vengono servite nei ristoranti e più tardi confezionate dalle grandi case del settore alimentare.

 Le forme venivano poste nelle grandi teglie di metallo che altro non erano se non i ripiani dei carrelli che successivamente andavano inseriti nei forni per la cottura. Ogni carrello aveva una decina di ripiani, ciascuno dei quali conteneva una dozzina di pizze. Una volta ottenuta la cottura,  le pizze erano pronte per essere trasferite, spingendo a braccia i carrelli sino al settore dove iniziava la preparazione che ho già descritto, con l’avvio del nastro trasportatore gestito dai colleghi egiziani.

Io venni aggregato al settore panificazione dove imparai presto le varie fasi della lavorazione. Il mio istruttore fu un ragazzo ligure, garbato e calmo,  che si chiamava Giampiero (di cui ho già avuto modo di parlare).

 Fu lui che mi indicò cosa e come fare, ma lo fece con gentilezza e senza mostrarsi saccente o supponente,  come spesso accade nei luoghi di lavoro nei confronti dei nuovi arrivati.

Fra gli  altri italiani che ricordo, oltre a Donato e Giampiero,  ricordo anche Natale, un veneto che aveva due grandi amori: le moto e l’hashish; non saprei dire quale delle due passioni gli costò la vita, forse furono entrambe; morì infatti in sella alla sua moto, qualche tempo dopo, in seguito a un incidente stradale di cui non seppi mai l’esatta dinamica. C’era poi Arturo, un ventottenne alquanto originale, forse emiliano o romagnolo. Ricordo che portava  un orecchino pendente  all’orecchio  sinistro,  che quasi gli aveva staccato il lobo, capelli lunghi  e  denti gialli e piccoli, corrotti sicuramente dal fumo delle sigarette che fumava in continuazione. Aveva sul viso una perenne espressione di estasi che,  con qualche malevolenza,  si sarebbe anche potuta descrivere ebete o assente; non di meno, egli svolgeva il suo lavoro con efficienza, seppure assorto in quella sua aria di eterno estraniamento che interrompeva soltanto per gridare «trolley!», con cui invitava qualcuno a ritirare i carrelli con le pizze appena sfornate, indicando al contempo che necessitava di un altro carrello vuoto; oppure gridava «enough!», quando i trolley vuoti erano diventati troppo numerosi davanti al forno. Dopo gli si ristampava in viso quel sorriso estatico che i miei compagni di lavoro, senza che io li sollecitassi, mi dissero fosse da attribuire ai suoi abusi di sostanze stupefacenti varie e non meglio identificate.

La Terza via – 8

Capitolo 4  

In viaggio per Londra, in quel luglio del 1977, mi accompagnavo casualmente a una mia ex compagna della ragioneria, che mi piaceva sin dai tempi della scuola, anche se non le avevo mai dichiarato i miei sentimenti, sempre frenato dalla mia timidezza e dalle mie interiori paure. La ragazza era comunque fidanzata e presto l’avrebbe raggiunta a Londra il suo ragazzo per riportarsela a Cagliari e convolare così insieme a giuste nozze.

A essere sincero ero partito con l’idea di trovarmi un lavoro per l’estate, di farmi qualche soldo e poi di ritornarmene a casa e di concludere gli studi universitari; in fondo mi mancavano soltanto cinque o sei esami per arrivare alla laurea.

Londra mi piacque subito. Mi piacquero le grandi vie e i grandi parchi dell’West End e mi piacquero i vicoli più intimi e contenuti di Soho; complessivamente sentii che in quella città ci stavo bene; diciamo che il suo fascino misterioso, che sembrava aleggiare, soprattutto la sera, sui caseggiati di pietra e in quegli edifici che trasudavano storie, mi avvinse in una spirale di emozionanti sensazioni, come se avessi già vissuto, in un remoto passato, tra quelle mura e in quei luoghi. Niente di definito o di certo, sia chiaro, ma soltanto delle sensazioni; nulla di più. Forse avvertivo, in quel momento di estrema solitudine, che Londra era una città sola e solitaria, come me; e le nostre solitudini si fusero e io trovai lì rifugio e consolazione, in quella metropoli che ancora costituiva, come era stato per secoli, rifugio per anime inquiete e pellegrine, ma anche per perseguitati in cerca di protezione e libertà.

La fortuna mi arrise subito nella ricerca del lavoro. Vicino all’ostello che avevo prenotato da Cagliari, poco discosto dalla importante stazione di King’s Cross, c’era un negozio di alimentari di cui era proprietario un italiano, un giovane marchigiano di cui adesso non ricordo il nome.

Frequentavano il negozio diversi altri connazionali, tra i quali vi era il braccio destro di un imprenditore emiliano o forse milanese, adesso non saprei dire. Fu lo stesso titolare del negozio di alimentari, col quale mi ero confidato, a chiedergli se per caso avesse qualche lavoro stagionale da propormi, una sera che stazionavo lì, a chiacchierare, tra gli odori pregnanti e familiari di prosciutti e formaggi italiani. Mi disse che il suo capo, tra le altre cose, possedeva una fabbrica dove si imbustavano delle pizze da supermercato e dove spesso cercavano del personale. Risposi che gli sarei stato grado e che avrei accettato volentieri di lavorare in quella fabbrica di pizze.

 Detto, fatto. Quello stesso fine settimana mi comunicò che il lunedì successivo avrei dovuto presentarmi al titolare per iniziare il lavoro in fabbrica. La scuola di Londra, per me, iniziò quel lunedì di luglio dell’anno 1977.

La Terza via – 6

Capitolo 3

L’antica rabbia politica e rivoluzionaria di Giampiero, al contrario di quello che era avvenuto per Donato,  si era dissolta nella nebbia londinese e se per gli altri della sua generazione Londra aveva costituito un’alternativa alla rivoluzione, sotto  forma di un ponte verso la filosofia orientale, lui, invece, pur continuando  a coltivare,  in italiano e in inglese, le sue letture giovanili, si era adagiato in un tranquillo e pacifico moderatismo; mi accadeva di frequente di  intrattenermi con lui in lunghe dissertazioni serali, a casa sua, dopo cena, quando fra una pipata e l’altra, sprofondato in un’ampia e comoda poltrona, con una pacatezza disarmante, ma nel contempo accattivante, mi profetizzava ancora l’avvento al potere del proletariato come soluzione unica ed inevitabile, ma da raggiungere però in maniera graduale, attraverso i tempi di maturazione che lo sviluppo della società le avrebbe consentito di fare, secondo un processo evolutivo inevitabile e inarrestabile, che avrebbe seguito un ordine prestabilito. Ed era tanta e tale la forza e la sicurezza delle sue argomentazioni che io, neanche una volta, neppure per un solo istante, fui capace di dubitare che Giampiero avrebbe esitato, al momento della resa dei conti, a rinunciare alla sua posizione, già di fatto acquisita, di supervisore in fabbrica, con il sorriso di chi si sente vincitore.

A me pareva che in realtà, ciò che del suo passato bohemien e rivoluzionario sembrava sopravvivere in lui in modo più autentico e forte, era la sua ragazza Michelle.

La Terza via – 4

A quel tempo, a Londra,  le notizie dall’Italia arrivavano con un giorno di ritardo. Non che io le cercassi, tutt’altro. Ero andato via dall’Italia perché non ne potevo più di stare a sentire e a leggere sempre le stesse notizie: attentati, gambizzati, scioperi, scala mobile, crisi di governo, rimpasto, arco costituzionale, extraparlamentari, gruppuscoli, galassia, terroristi, destra e  sinistra.

Sul piano politico, a destra l’Italia era bloccata dall’arco costituzionale, mentre a sinistra l’ostacolo era il Patto Atlantico. Io non mi sentivo né di destra, né di sinistra. A pensarci bene forse ero partito per Londra alla ricerca di una terza via.

La  notizia del rapimento dell’onorevole Aldo Moro,  ad opera delle Brigate Rosse,  mi lasciò pertanto piuttosto indifferente.

Soltanto dopo ho capito la grandezza di quest’uomo politico, la sua lungimiranza, la sua tenacia. Era un uomo rivoluzionario, a modo suo; ma nel suo mondo non fu capito; o fu male inteso; o forse i farisei filoamericani e gli scribi democristiani si servirono dei barabba rossi per levarsi di torno un avversario interno più intelligente  e più capace di loro. In fondo me n’ero andato dall’Italia per non pensare alla politica, perché mi sarei dovuto sbattere su quella notizia?

Ma era la politica, evidentemente, a seguire me. Due tra le mie conoscenze, Donato e Giampiero, erano dei veri appassionati della politica italiana; e senza parlar di politica sembrava non riuscissero a stare.

 Li avevo conosciuti entrambi  nella fabbrica di pizze, dove avevo iniziato a lavorare poco dopo essere arrivato a Londra.

 Donato era arrivato a Londra forse un paio d’anni  prima di me. Con Giampiero divideva però una  lunga   militanza italiana nei gruppuscoli della sinistra extra-parlamentare; lo stesso travagliato percorso ideologico: dalle confuse militanze rivoluzionarie tra i castristi, maoisti, marxisti-leninisti alle matrici di ispirazione nostrana, dall’ideologia meno vaga e più concretamente calate nella realtà italiana, come Lotta Continua, Servire il Popolo e Autonomia Operaia, sino alla graduale ma inesorabile disillusione; all’amara e sonora sconfitta. E senza neppure attendere l’appello del ’77 si era ritirato anche lui dal fronte, a leccarsi le ferite, a ricostruirsi.

La Terza via – 11

Capitolo 11

L’indomani mattina, quando mi svegliai, trovai Michele in cucina che armeggiava con la macchinetta del caffè.

Dopo il caffè gli dissi che prima di andar via avrei voluto aiutarlo a ripulire la casa. In effetti c’era un gran casino dappertutto.

L’idea gli piacque e lavorammo sodo per un paio d’ore.

«Simona sarà contenta, quando torna!» disse, a un certo  punto, sedendosi per riposare e accendendosi una sigaretta, tutto soddisfatto.

«Rientrerà per pranzo?» gli chiesi accettando la sigaretta che mi offriva e sedendomi a fumare anch’io.

«No, il venerdì fa orario continuato in agenzia e mangia fuori» rispose Michele. «Che ne dici di una pastasciutta per pranzo?» continuò levandosi in piedi.

Non sapevo se accettare. Avevo paura di disturbare. Forse pensavo a quel detto che ripeteva spesso il mio vecchio ridendo: “L’ospite è come il pesce; dopo ventiquattrore puzza!”. Io ero lì, lì, per compiere un giorno intero. Pensai che magari Simona non sarebbe stata d’accordo.

«Dai, non vorrai farmi pranzare da solo?»

La sua offerta fu così genuina che mi parve scortese rifiutare.

«Permettimi però di andare a comprare qualcosa al supermarket.»

Non voleva, ma dovette accettare la mia condizione,  perché capì che senza di quella me ne sarei andato sul serio.

Quando tornai col vino, la frutta e del formaggio stava già scolando la pasta. Aveva improvvisato una carbonara niente male, il buon Michele.

«Mi piace cucinare. Con Simona che mangia spesso fuori mi son dovuto abituare. E adesso lo faccio con piacere.»

Dopo pranzo mi portò nel laboratorio dove confezionava i suoi articoli di pelletteria. Ne aveva parecchi; tutti pezzi unici; avevano un non so di che di robusto, di antico e di artistico allo stesso tempo; pur nella loro estrema essenzialità. Si mise a riempire dei borsoni.

«Domani devo esporre alla Festa de Noantri! Mi fai compagnia? Così mi aiuti anche a portare la merce. Sabato sarò da solo!»

«Simona non viene con te?»

«Magari la domenica. Il sabato lei lavora, soprattutto in questo periodo.»

«Pensi che a Simona faccia piacere?»

«Se sa che mi aiuti alla festa, figurati! Lei è molto protettiva; si sentirebbe sicuramente più tranquilla!» disse con entusiasmo, immaginando dalla mia domanda che io volessi accettare la sua proposta. In effetti l’idea non mi dispiaceva. Fra i miei progetti mai realizzati c’era stato , un tempo, quello di vendere per strada degli oggetti confezionati da me. Come faceva Michele, senza impegno, giusto per campare la giornata. Magari io avevo pensato a dei braccialetti, degli anellini o delle collanine in metallo. Però era l’artigianato in generale che mi piaceva. Mia nonna materna raccontava sempre, con orgoglio e vanto,  di avere ritrovato in un ripostiglio, i giocattoli in legno che mi ero costruito da me, un’estate che avevo trascorso a casa sua.

Il sabato notte, quando rientrammo dalla festa, Simona ci aspettava. Lei aveva già cenato ma ci aveva lasciato qualcosa in caldo. Mentre cenavamo Michele le  raccontò con entusiasmo di come ero stato abile nel  condurre numerose trattative con i turisti di diverse nazionalità e di come avevo convinto una riccona libica, ad acquistare un porta gioie per centocinquantamila lire! Io cercai di sminuire i suoi racconti ma il suo entusiasmo era alle stelle. Lessi negli occhi di Simona una nota di riconoscenza. Era contenta di vedere suo fratello così contento.

Il  lunedì successivo si mise a lavorare in laboratorio di buona lena.

 Le vendite del fine settimana lo avevano gasato. C’erano altre feste e altre fiere in estate e lui voleva approfittarne per farsi un po’ di soldi.

La sera Simona insisté per accompagnarmi in macchina sino a Bracciano, a casa di un amico, dove avevo lasciato i miei bagagli. Michele preferì stare a lavorare e promise che ci avrebbe preparato la cena.

Simona durante il viaggio mi disse che il mio arrivo aveva migliorato l’umore di suo fratello.

« Non ho fatto niente di speciale» le dissi sminuendo il mio ruolo. In effetti non sentivo di aver fatto niente di speciale. Ero stato soltanto me stesso, con semplicità e sincerità.

Indossava una gonna lunga, di quelle che si usavano in quegli anni, in certi ambienti, con i bottoni sino alle caviglie,  che però, abbottonata soltanto nella parte superiore, adesso  le lasciava scoperta una bella porzione delle belle gambe bianche. Per non fissarmi in quella direzione le chiesi qualcosa di lei, cercando di guardare il bel paesaggio che fuori si snodava a fianco del finestrino  della sua piccola due cavalli.

Non si può dire che fosse una grande chiacchierona. O forse ero io, quello che doveva parlare; almeno quella sera. Infatti, dopo un po’ mi fece una domanda. Mi suonò come se tutto quello che ci eravamo detti prima, fosse stato soltanto un prologo, una sorta di riscaldamento preparatorio.

«Mi ha detto che Michele che sei un amico di Donato Catinari».

«Sì. Ci siamo conosciuti a Londra, un paio d’anni fa. Di passaggio qui a Roma, mi è venuto il desiderio di passare a salutarlo…»

«Davvero? E che facevate a Londra?»

«L’ultima volta che l’ho visto a Londra, vendeva degli specchi a Carnaby Street. Ma sapevo che aveva deciso di rientrare in Italia. Un amico comune,  un certo Giampiero, più tardi mi confermò che aveva lasciato la sua ragazza e ogni altra cosa,  per tornarsene a Roma.»

Forse aspettava che io continuassi, ma in realtà avevo già finito quello che dovevo dire.

«E’ anche amico tuo, Donato?» , le chiesi a mia volta.

«No, no!» – si affrettò a rispondere- «So molto poco di lui. Esattamente quel poco che mi ha saputo dire Michele. A quanto pare è più un amico di amici. Neanche mio fratello sembra sapere esattamente di cosa si occupi.»

Colsi nella sua voce un accento  di ansia, come se fosse preoccupata per qualcosa. Quasi mi avesse letto nel pensiero aggiunse, subito dopo.

 «Da quando sono morti i nostri genitori, ho cercato di proteggerlo, come ho potuto. Il mondo è pieno di pericoli; e lui ha risentito più di me della loro morte;  è sempre stato un ragazzo molto sensibile…»

«Ti preoccupa il fatto che fumi?» le chiesi, sentendomi in colpa, per l’apprensione di quella sorella materna.»

«Magari fosse il per il fumo! Ma ti pare? » scappò detto,  ridendo di gusto, a Simona.

Quella risata sembrò liberarci da dei discorsi che non avevano avuto, a parer mio, un flusso troppo naturale; e neanche scorrevole.

Io mi sentii più tranquillo per il fatto che Simona non si fosse mostrata ostile al fumo. Mi piaceva fumare, ma capivo che per certe persone potesse costituire un problema avere a che fare con quella roba. Non era, di tutta evidenza, il caso di Simona. Doveva esserci sotto dell’altro, ma lei preferì lascia cadere il discorso.

Al ritorno, recuperati i miei bagagli, ascoltammo in silenzio la musica della radio.

Io capii che Simona voleva stare in silenzio. Anche a me piaceva quel silenzio, che permetteva ai nostri pensieri di fluttuare nell’aria, senza scontrarsi, come invece succede quando si discorre, spesso a causa di fraintendimenti, o di pensieri espressi in maniera oscura; o magari troppo chiaramente.

  Michele era stato di parola. La cena che aveva preparato fu gradevole. Anche Simona mi sembrò più rilassata. Dopo cena Michele ci mostrò le sue ultime creazioni. Stemmo fuori, nel giardino a parlare e a fumare a lungo. Simona fu la prima a ritirarsi. Quando venne a darci la buonanotte mi disse che mi aveva preparato il divano (che io disfacevo ogni mattina, piegando le lenzuola e riponendole, con il cuscino,  sulla seduta)   per la notte.

Era la prima volta che mi usava quella cortesia. Michele la ringraziò da parte mia, ma lei rispose al mio sguardo di riconoscenza con un’espressione enigmatica,  che poteva voler  dire tutto e il contrario di tutto.  

La Terza via – 9

Capitolo 9

In quel tempo, mentre aspettavo un contratto che mi avrebbe fornito dei mezzi di sussistenza e un permesso di soggiorno almeno annuale, mi trovavo a gestire a Bogotà un Almacen, un negozietto  a metà tra un piccolo bar e una minuscola merceria, due generi merceologici che da noi non si trovano mai congiunti.

Il Tintirillo che lo gestiva prima di me era una specie di avvocato con laurea triennale (da noi, anni dopo, sarebbe sorta una figura del genere con la laurea triennale in Servizi Giuridici della riforma universitaria, ma al tempo non esisteva ancora), che era rimasto impressionato della mia conoscenza dei codici e me lo aveva mollato in gestione mentre lui navigava in quei misteriosi porti di mare che anche in Colombia si chiamano ministeri, suppongo ancora più complessi e meno abbordabili dei nostri, dato che di quel contratto, già da me sottoscritto, e in forza del quale avrei dovuto collaborare come esperto di diritto internazionale nella sua azienda di servizi giuridici,  che lui doveva registrare al ministero degli esteri, non ne seppi mai niente, sino alla scadenza del mio permesso semestrale provvisorio. O forse si era tenuto i centocinquanta dollari che gli avevo allungato e ciccia.

In quell’Almacen servivo le colazioni al mattino: latte caldo, yogurt dai gusti tropicali, _aracuya, frambuesa, banana, caffè tinto (che i bogotani chiamano semplicemente el tinto e non è altro che un caffè nero, abbondante, ma buonissimo, preparato in una specie di enorme caffettiera napoletana che lì chiamano greca), una fetta di torta venduta al prezzo di un peso che mi portavano al mattino con los panecitos (dei paninetti al latte che costavano invece soltanto 50 centavos); il quotidiano El Espectador faceva parte delle vendite mattutine e, di norma, vendevo presto le dieci copie che mi portavano verso le sette del mattino. Nel resto della giornata mi capitava di vendere delle bibite (la coca cola e la malta andina, una specie di spuma ma assai più pastosa e gustosa,  erano quelle che andavano più forte tra i miei clienti) e, più raramente, qualche pettinino, una saponetta profumata o una penna biro. La sera i clienti si facevano più rari e si passava agli alcolici: cervezas, agua ardiente, super alcolici serviti in piccoli bicchieri e, più raramente, un’agua aromatica, tisane di vario sapore che preparavo con l’acqua calda della greca, la macchina del caffè. C’era anche qualche bottiglia di whiskey ma non ricordo che mai fosse venuto qualcuno a chiedermene.

Non ricordo nemmeno come fu che  Silvio capitò nella  tienda che il tintirillo mi aveva rifilato in gestione.

Non era frequente che capitassero degli italiani come avventori. Anzi, forse prima di lui, non ne avevo visto ancora.

Venne una sera a bere una birra e mi disse che cercava una fazenda fuori città, qualcosa come “Finca Dorada”, ma non sarei tanto sicuro che fosse davvero questo il nome, dove doveva recarsi per fare non so che.

Sapevo un picchio di quella e di altre fazendas, fuori e dentro la città di Bogotà (e neppure di altre cose disseminate nello sterminato territorio della Colombia),  ma dal modo in cui parlava il castigliano capii che si trattava di un italiano. Fu contento di sapere che ero italiano anche io. Tornò a trovarmi sempre più spesso.

 Una sera  tornò dopo parecchio tempo che non si faceva vedere; io mi ero già dimenticato di lui e della sua fazenda. Mi disse  che aveva trovato la fazenda; mi parlò di cavalli e di donne. Io a quel tempo ascoltavo tutti e, a volte, mi bevevo le panzane più ridicole e inverosimili. Ma Silvio non sembrava un contaballe, tutt’altro. Aveva con sé della marjuhana e fumammo. Era molto buona. Mi disse che i poliziotti colombiani erano dei figli di puttana. Agivano in gruppi di quattro. Due, a monte, vestiti in abiti borghesi,  ti vendevano la roba; marihuana, cocaina da sniffare o perìco, come la chiamano i colombiani; gli altri due ti perquisivano a valle e ti trovavano la roba in tasca; così la roba, se non volevi guai, la dovevi pagare due volte. A lui, naturalmente, non lo avevano fregato; ma fregavano un sacco di turisti in cerca di roba buena y barata .

Più tardi si era unita a  noi una coppia di fiorentini. Avevo chiuso il locale per stare più tranquilli. Lei era una ragazza molto carina. Aveva avuto una brutta epatite e si portava appresso tutto un piccolo apparato di utensili personali per mangiare.

Col senno di oggi mi viene da pensare  che in realtà avesse paura di essere contagiata dagli altri, ma lei diceva che lo faceva per non contagiare noi. A me sembrava sincera. La tipa fiorentina sembrò piacere anche a Silvio, mentre lui, il suo compagno di viaggio e di vita,  non gli piaceva per niente. Cose che succedono. Forse Silvio aveva fatto qualche complimento di troppo alla belloccia toscana.

A me queste cose non succedono, ma Silvio era diverso da me.

Poi i due fidanzati se ne andarono. Ogni tanto qualche avventore mi chiamava attraverso la serranda a losanghe aperte del locale. Sapevano che dormivo là e, se vedevano la luce, mi chiamavano per chiedermi se mi era avanzato un litro di latte dal mattino, oppure uno yogurt o una bibita. Li servivo attraverso la serranda e poi tornavo sul retro.

Trovai Silvio che dava da mangiare i semi della marihuana ai topi. Io non sapevo neppure che ci fossero, quei  roditori; come diavolo aveva fatto lui a richiamarli addirittura sino ai piedi della mia branda? Forse aveva rimosso qualche tavola del pavimento in legno; non l’ho mai capito; era buffo vederlo dare da mangiare ai topi quella roba.

Una sera mi comunicò che stava per partire. Se ne andava a Santa Marta o a Cartagena; al nord, insomma.

Fu allora che mi confidò di non chiamarsi Silvio. Mi disse il suo vero nome, anche se adesso non lo ricordo; chissà perché mi è rimasto impresso soltanto quel primo nome. Il giorno era in vena di confidenze. Disse che mi apprezzava molto, come uomo e come sardo.

Io da principio  non capivo perché mi facesse quei discorsi,  ma subito dopo capii.

Era per dirmi che lui della Sardegna aveva conosciuto soltanto il peggio: le umide celle del carcere speciale dell’Asinara.

Era finito in quel carcere di massima sicurezza per colpa di certe rapine che aveva fatto con dei politici. Era lui che li guidava: prima di intervenire si calavano il passamontagna; lui prendeva un respiro grande e partiva; gli altri lo seguivano. Tutto dipendeva da quel respiro e dalla sicurezza che lui comunicava agli altri. Ma lui non lo faceva per motivi ideologici. A lui piaceva la bella vita, coi soldi facili  in tasca. Suo padre era stato un operaio e lui non avrebbe fatto la sua fine. Lui voleva un’altra vita. Si era associato ai rossi perché in fondo volevano la stessa cosa: i soldi. Ai rossi  servivano per finanziare i loro progetti, lui aveva una famiglia, una moglie e un figlio.  E non gli andava di sgobbare per una mesata, appena sufficiente a mantenere la sua famiglia. I soldi ce li avevano i ricchi e a loro bisognava levarli. Ma chi lo aveva decretato che lui doveva appartenere a quelli costretti ad  assoggettarsi per consentire ai ricchi di prosperare? Ecco cosa lo assimilava ai rossi; non avrebbe mai potuto lavorare coi fasci, lui (usò proprio il  verbo lavorare, da lui, nei fatti, in realtà tanto aborrito); anche se non era un politico capiva da quale parte stava la ragione e dove stava il torto. Il torto stava coi neri, perché quelli il grano ce l’avevano in gran quantità, senza bisogno di lavorare e senza fare rapine, come toccava a fare a lui.

Io ascoltavo, senza dare giudizi. A quel tempo, del resto, non mi ero ancora schierato; nel senso che ero andato via dall’Italia, frastornato dal clima di violenza che vi si respirava; allora non si capiva se la violenza arrivasse soltanto dai terroristi,  oppure se quella violenza fosse una risposta sbagliata alla violenza ingiusta,  esercitata dagli apparati dello Stato italiano (c’era chi li chiamava servizi segreti deviati); certamente,  il mio sentimento,  era di non essere dalla parte dei terroristi, ma neppure dalla parte del loro nemico: lo Stato.

Avevo fatto parte, quando frequentavo le scuole superiori nella mia città, del movimento studentesco. Condividevo le lotte ideologiche contro il capitalismo, vedevo le ingiustizie del mondo e già si vociferava della corruzione dei politici (ma il vaso di Pandora sarebbe stato scoperchiato soltanto poco più di un decennio più tardi).

Nella mia ingenua e idealistica visione del mondo mi illudevo che il comunismo potesse costituire una valida alternativa al capitalismo. Ma le armi io non le avrei mai prese contro nessuno. Non  mi mancava il coraggio, ma detestavo la violenza. Neanche Silvio mi giudicò, anche se io intuivo che per un uomo come lui, la vita senza azione era da considerarsi inutile. E forse lui pensava che io appartenessi alla maggioranza silenziosa, agli ignavi, a quelli che lasciano che siano gli altri a levare le castagne dal fuoco della storia. E magari  aveva ragione; ma io non avrei mai voluto sparare addosso a un altro uomo, anche se avevo fatto il militare e mi avevano insegnato a sparare e a odiare il nemico.

Per fortuna non ho mai conosciuto la guerra; non mi sarebbe piaciuto di essere un assassino, neppure mascherato dall’alibi della patria. Mi venne in mente la cerimonia dell’alzabandiera, che si svolgeva ogni mattina del mio servizio militare, nel piazzale della caserma. E un colonnello che ogni mattina aveva gli occhi lucidi mentre il tricolore si levava verso il cielo e la tromba suonava le suggestive note che accompagnavano quel rito quotidiano.

«Per me l’infame è stato uno dei rossi. Mi hanno bevuto per colpa di un figlio di papà. Il padre è un  politico democristiano, un pezzo da novanta, figlio di puttana come quello che ha generato! » mi disse la  sera prima di partire per Santa Marta. «Gli infami sono una brutta stirpe sai? Il mio istinto mi dice che è stato lui! Maledetto! Spero che qualcuno lo ammazzi. Io se lo rincontro, sono capace di ammazzarlo. Non bisognerebbe mai fidarsi dei ricchi. E il padre è uno che i soldi ce li ha. E pure molti»

Neanche allora mi piaceva fare domande. Ma mentre parlava dei soldi di quel suo compagno mi parve di cogliere una punta di invidia. Giampiero, a Londra,  mi aveva detto che il padre di Donato era un politico democristiano, un uomo potente. Chissà perché io pensai che fosse proprio lui il compagno di rapine di Silvio. Mi chiesi che cosa sarebbe stato Silvio, se fosse nato nella famiglia  di Donato, coi soldi in tasca, la vita facile, auto di lusso, donne, belle case, carriera assicurata; al vertice della società senza faticare. Sarebbe passato anche lui dall’altra parte della barricata, come aveva fatto Donato?

Gli avrei voluto chiedere anche altre cose: come mai adesso fosse fuori;  se avesse scontato la pena oppure fosse evaso. E ancor prima gli avrei voluto chiedere cosa avrebbe fatto il giorno che avessero preso il potere i rossi, come li chiamava lui. A chi avrebbe sottratto i soldi che a lui piacevano così tanto?

Ma quella domanda non gliela feci perché pensavo che  mi avrebbe dato la risposta che io credevo giusta e che io mi ero già dato da me: in una società ideale non ci sarà più chi vive nel bisogno e chi invece vive nel lusso; non ci saranno più capitalisti sfruttatori e proletari sottopagati e sfruttati, com’era stato suo padre, e tanti operai e proletari nelle mille fabbriche del mondo.

Quando seppe che i miei sei mesi di permesso stavano per scadere e che, probabilmente, me ne sarei tornato in Italia, gli lessi una punta di nostalgia negli occhi.

«Pensi di passare da Roma?» – mi chiese.

Quando gli risposi di sì, che probabilmente sarei passato da Roma, mi chiese il favore di contattare sua moglie; soltanto per darle i suoi saluti; per dirle che stava bene e che si trovava in Sudamerica. Mi raccomandò soltanto di usare il nome di Silvio, al telefono. E di non fare altri nomi. Nient’altro che Silvio e Sudamerica.

«Io non posso chiamarla, capisci?»

Feci finta di capire. Mi diede un nome e un numero di telefono. Non lo vidi mai più. Però gli avevo fatto una promessa. E sapevo che l’avrei mantenuta.

La Terza via – 7

Capitolo 7

A Londra circolavano anche degli italiani che della sinistra e di tutte quelle menate sulla lotta di classe e  sull’equità sociale se ne fottevano alla grande. Magari invece di fumare preferivano tracannare dell’wiskey, oppure tracannavano e fumavano indistintamente, a seconda delle opportunità. Dai  loro discorsi a volte però, avevi come l’ impressione che a parlare fossero dei compagni nostalgici delle barricate e della rivoluzione, come Donato e gli irriducibili che non si erano rassegnati alla sconfitta e alla fine della lotta.

Parlavano anche loro di virtù guerriere, di coraggio, di eroismo e di ardimento.

E come quegli  altri cinici della sinistra, indifferenti alla sorte di Aldo Moro,  già da allora disprezzavano la casta dei politici italiani e soprattutto i riti della democrazia, fatta di mediazioni, tolleranza, dialogo e compromesso.

A me veramente facevano tornare in mente  certi discorsi che avevo sentito quando frequentavo, seppure in maniera occasionale, qualcuno del movimento studentesco che si dichiarava parte della sinistra extraparlamentare. Qualcuno di loro andava dicendo che certi elementi della destra extraparlamentare avevano  proposto un accordo con gli estremi della parte opposta; si sarebbero alleati soltanto per abbattere il sistema corrotto della democrazia cristiana e poi si sarebbero giocati il potere a colpi di spranga.

Certo quelli di sinistra, pensavo io guardando questi sbevazzoni dal gomito facile, avrebbero fatto un cattivo affare per davvero! Erano infatti questi militanti della destra tutti giocatori di rugby, muscolosi quanto basta per stritolare in una morsa di ferro tutti gli esili fumatori della sinistra londinese.

Per me gli uni valevano gli altri, anche se non so dire perché riuscissi a familiarizzare di più con i fumatori che con i bevitori. Forse era dovuto al fatto  che io, a quel tempo,  amavo ascoltare De Andrè, Guccini, Tenco e Paoli; qualche volta li strimpellavo alla chitarra, cantando versi intrisi di una dolce malinconia e di una imprecisabile nostalgia; quelle canzoni ci avvolgevano in una nuvola di sogno, trasportandoci in un mondo immaginifico, di avventure  e di illusioni. È vero che certi versi,  certi dischi, certi libri, hanno come uno stigma impresso, che si trasmette a chi li ascolta e li legge e li accomuna sotto lo stesso ideale.

 Ecco, con quelli di sinistra io condividevo quelle cose là, anche se a volte avevo l’impressione che quegli ideali fossero una nostra invenzione, necessaria per sopravvivere; un nutrimento di anime sbandate e perse nella vaghezza del nulla, alla ricerca di realtà inesistenti, di mondi immaginari e di illusioni perdute.

Col tempo mi venne voglia di buttare tutto all’aria e di sradicare dal mio animo e dai miei pensieri quegli ideali di cui mi sentivo prigioniero.

Forse se avessi trovato una ragazza da amare, una che mi amasse veramente, allora mi sarei dimenticato di tutto e tutto avrei lasciato. Tutto avrei dato e lasciato per un amore sincero.

Ma anche questo amore che vagheggiavo, non faceva per caso parte dei miei sogni, delle mie illusioni, della mia disperata ma vana ricerca?

Non avevo per caso fatto confluire in questo amore idealizzato tutti i miei sogni, le mie insicurezze, i miei patemi d’animo?

Mi accorgevo che fumando, se non trovavo una risposta a queste domande, riuscivo però a dimenticarmene, a metterli da parte. E la sera andavo a dormire senza pensarci. Era già qualcosa. Chissà, magari un giorno mi sarei risvegliato, in un mondo migliore. Del resto che cos’è la vita se non la ricerca continua di una dimensione ideale?

Ecco, nella ricerca degli ideali, che differenza c’era tra destra e sinistra? Non sognavamo tutti quanti un mondo migliore? A volte pensavo che queste divisioni, tra destra e sinistra, fossero delle grandi boiate; delle distorsioni dovute alla nostra insicurezza, all’invidia; o magari dal bisogno di crearci un avversario, un nemico da combattere; ci inventavamo qualcuno che ci volesse impedire di perseguire i nostri sogni, così avevamo qualcuno da accusare, un capro espiatorio, uno scopo per cui vivere.

Ma se così era, allora le conclusioni erano davvero disarmanti; anzi, catastrofiche.

I nostri pensieri e le nostre azioni erano figli del nulla, della vacuità totale; e nel mondo non c’era niente; solo fantasie, invenzioni, finzioni e irrealtà.

In quello smarrimento si perdeva ogni orientamento e il senso ultimo della vita e delle giornate di cui essa è composta.

In ultima analisi mi chiedevo se non fosse meglio e più giusto avere un ideale per cui vivere, qualche cosa in cui credere e combattere, piuttosto che vivere giornate vuote e senza senso, alla ricerca di nient’altro che di piaceri momentanei, fatui e transitori, che ti riportano sempre al punto di ripartenza.

E dopo sei portato istintivamente a cercarti un nuovo trastullo, un piacere per dimenticare e non pensare alle domande che ti assillano.

E infine ti convinci che forse la vita non ha senso di per sé e sei tu che sbagli a cercarvi per forza un significato che essa in fondo non ha.